SARA LEGHISSA

19 > 27 aprile 2021

 
Cosa vuol dire per te abitare uno spazio in un periodo di residenza?

 

Avendo praticato per anni il lavoro nello spazio pubblico, lo spazio in cui avviene la ricerca determina e costruisce il lavoro. Se penso alla mia pratica artistica, associo l’idea di abitare uno spazio con quella di osservazione, ricezione, assimilazione e scambio, lasciando che sia il luogo a dare indicazioni per iniziare a costruire la forma e determinare i contenuti del lavoro (considerando la stretta connessione e coincidenza tra forma e contenuto). Direi che si tratta di una co-operazione tra l’idea, che è mossa da un’urgenza, un desiderio, un’intuizione, e lo spazio in cui quest’idea cerca di incarnarsi in una pratica.  Nella mia esperienza, più è alta la disponibilità affinché questa relazione sia aperta e fluida e più si costruisce complessità rispetto alla visione. Ho sempre pensato che fosse possibile adattare l’idea allo spazio. Se considero l’urgenza e la strutturo in un’idea, questa, a sua volta, mi darà tante più informazioni e potrà ridefinirsi nel tempo tante più volte, quanto più io sono disponibile a farla dialogare con quello che c’è, con quello che trovo, senza forzarla, senza cercare di mantenerla sempre identica. Questo non significa essere disposti a snaturare l’idea, o a spostare l’urgenza, significa includere in essa, e nel processo, informazioni che non avevi previsto e che continuano determinare nuovo significato e ad insegnarti cose che da sol_ non avevi immaginato, rispetto all’idea di partenza. Quindi, abitare uno spazio significa lavorare in relazione, lavorare insieme ad esso. Daniel Blanga Gubbay parla di co-autorialità rispetto alla creazione, includendo lo spazio come autore nel processo di creazione: mi trovo molto a mio agio con questo tipo di discorso.

 

Come definisci lo spazio del tuo lavoro e della tua ricerca? Cosa indagherai in questa occasione?

 

Come detto poco fa, definisco lo spazio come una componente del processo di creazione. Tendenzialmente, frequentando lo spazio pubblico come luogo di ricerca e di passione, ci si accorge che spesso lo spazio basta a se stesso, e che è molto difficile aggiungere dettagli o immagini, oltre a quelle già esistenti, già presenti. Quello che si cerca di fare, infatti, è lavorare in sottrazione, capire come sfruttare quello che esiste, in combinazione alla struttura del lavoro. Partendo dall’idea che lo spazio contiene già quello che serve, invece che aggiungere informazioni si cerca di capire come dare luce a quello che c’è, attraverso l’aggiunta di un dispositivo che induce a guardare, o che determina il posizionamento di chi guarda, creando un punto di vista. Dal punto di vista tecnico, anche il dispositivo stesso si può costruire utilizzando o sfruttando quello che è già lì. Tendenzialmente, l’uso di questi dispositivi può generare degli scarti rispetto allo sguardo, spostare l’attenzione, concentrarla su un dettaglio, allargare l’immagine e l’immaginario in chi guarda. Questo è quello che chiamiamo fiction. L’aggiunta di un segno che crei un piccolo spostamento rispetto a quello che vedo, rispetto all’ordinario, uno slittamento temporale che diventa narrazione, costruendo nuovi significati per chi guarda, creando dei corto circuiti tra realtà e immaginazione e mettendo in crisi la separazione e la distinzione tra queste categorie.

Continuerò a sperimentare il lavoro tra la sala e lo spazio esterno, provando a posizionare i diversi "pubblici” (più o meno consapevoli) in due diversi ambienti, separati da un vetro. Mi piacerebbe lavorare partendo da questa condizione spaziale, e provare a spingere sulla relazione che si crea tra il dentro e il fuori, ovvero sulla relazione tra pubblico consapevole e pubblico casuale, per indagare lo spazio tra fiction e realtà, mettendo in discussione il divario prospettico tra le due diverse esperienze di pubblico e invertendo la domanda rispetto a "quale delle due situazioni è fiction? quale la realtà? questa separazione esiste?”. L’idea è quella di creare due dispositivi diversi, che attivino l’attenzione, lavorino sull'immaginario e creino una narrazione sia per chi guarda dall’interno (il pubblico consapevole), che per chi guarda dall’esterno (il pubblico casuale, intercettato, di passaggio).

Partendo dall’idea del “Rettilario” come titolo e come suggestione per lo sguardo, vorrei creare un dispositivo che induca chi guarda, sia dall’interno che dall’esterno della sala, ad osservare ciò che si trova oltre il vetro come se fosse un ambiente a sè, con le sue dinamiche e le sue "regole", e provare a spacchettare e rompere questa rigidità.

Durante la residenza proverò a sviluppare una relazione tra fiction e realtà attraverso la sperimentazione di un dispositivo grafico, ovvero attraverso una riproduzione dell'ambiente esterno su cui poter determinare degli scarti e delle interferenze, creando coincidenze, sincronie e asincronie.

 

Tre parole per definire cura

 

Ascolto. Posizionamento. Resa.

 
 

 


 

Sara Leghissa is an artist, performer and researcher based in Milano. Graduated in Contemporary History with a thesis in Social and Politic Communication. She has been co-founder of the collective Strasse, involved in site-specific production in public space, that worked within the frames of performance and cinema to question and intensify our relationship to reality. Her practice moves through a principe of ecology of resources, using as much as possible what is already available in the reality, and creates systems and devices which try to blend and to be mimetic with the context in which they occur, to vehicular images and contents and to meet and intercept different audiences, through the use of accessible technologies linked to the ordinary. For the Italian scene, she organizes icw. Annamaria Ajmone, Nobody’s Business, an independent platform for sharing practices in the performing arts and NESSUNO, a party where artists from different disciplines gather to share their strong diversity, shuffling contexts and contents. As a performer, she has collaborated with various artists, collectives and choreographers as Teatro Valdoca, -Dom, Giorgia Ohanesian Nardin, Muta Imago, Annamaria Ajmone, Jacopo Miliani, Daniela Bershan. She has been recently in residency at Sareyett (Ramallah) and La Casa Encendida (Madrid) and she has presented the work in different contexts including Santarcangelo Festival (IT), Triennale Teatro dell’Arte (IT), Short Theatre (IT), VAC Foundation (IT), Far Festival (CH), Oerol Festival (NL), Festival Parallèle (FR), Saal Biennal (EE), Les Tombee De La Nuit (FR).