VEGA | LO SCENARIO VIRTUALE

7 - 15 marzo 2022

Diario 2021 - 2022
Diario 2021 - 2022

VEGA, duo di artisti visivi e registi fondato da Francesca Pionati e Tommaso Arnaldi, molto attivi all’interno della scena romana delle arti visive, li abbiamo incontrati avendo avuto l’occasione di vedere alcuni loro lavori video al MACRO di Roma e in altre gallerie che si occupano di arte contemporanea. La loro ricerca si colloca tra il cinema e la videoarte, con un’ibridazione sempre presente con la pratica performativa in senso ampio e la liveness. Questo è stato uno dei fattori che ha destato il nostro interesse per invitare il duo all’interno di Prender-si cura, progetto che dal suo inizio ha posto l'attenzione sulla commistione dei linguaggi artistici per esplorare la relazione tra lo spazio del museo e quello della sala teatrale.

 

Iniziamo chiedendo a VEGA di raccontarci la ricerca che hanno deciso di sviluppare durante la residenza.

 

Abbiamo attivato la nostra immaginazione a partire dallo spazio scelto per lavorare al Mattatoio, il Teatro 1. Da qualche tempo stavamo portando avanti una sperimentazione con le ambientazioni e i personaggi 3D e con la performatività all’interno del video a partire dai nostri corpi. In alcuni nostri lavori siamo fisicamente presenti nell’opera. In un video recente, invece, realizzato in occasione della mostra Remoria al MACRO di Roma, abbiamo creato un alter ego che riunisce alcuni tratti fisici di entrambi. A partire da qui abbiamo sentito il desiderio di lavorare con una performatività più diretta. Quando abbiamo visto il Teatro 1 de La Pelanda abbiamo pensato che quello fosse il luogo giusto per sperimentare la live action a partire dalla costruzione di un personaggio e di una storia che ci permettesse di lavorare sul doppio livello di schermo e realtà. In generale ci interessa lavorare su concetti che ruotano intorno alla visibilità e all’invisibilità, all’opacità dei dati e delle informazioni. In questo caso in particolare eravamo interessati alle figure dell’hacker e del pirata. La pirateria rappresenta oggi, secondo noi,  la vera resistenza, è un modo di vivere che si sottrae alle regole della società. Pensiamo che quella dell’hacker sia una figura che si muove nell’ombra combattendo attraverso l’invisibilità una serie di questioni radicate e contrastando l’appiattimento politico tipico del nostro tempo, in cui tutto risponde a delle logiche capitaliste. Abbiamo usato questa figura come un espediente narrativo, abbiamo fatto ricerca leggendo alcuni testi di fiction speculativa e iniziato a immaginare questo personaggio e il mondo in cui si muove. È stato interessante riflettere sull’output finale del lavoro, se dovesse essere un video o dovesse prevedere anche la dimensione live. È stata una ricerca emersa dall’incontro con lo spazio del Mattatoio e con le persone che ruotano attorno al progetto, non abbiamo deciso nulla a priori.

 

VEGA per lavorare sulla live action ha deciso di sperimentare con uno strumento tecnologico per la motion capture, una tuta con dei sensori che catturano il movimento e permettono la costruzione di un corpo virtuale, che nel video può agire seguendo i movimenti del corpo reale che la indossa.

Abbiamo chiesto loro che cosa è stato usare questo strumento sia da un punto di vista interno che esterno.

 

Francesca Pionati: Essendo molto appassionata di cinema, video e fantasy per me indossare la tuta è stato immergersi in uno di quegli scenari che di solito vivo con la mediazione dello schermo. Ho provato una sensazione molto precisa quando ho capito che, attraverso quella relazione diretta, si era aperta una porta su qualcosa che mi appartiene esteticamente ma di cui non avevo mai fatto esperienza. Ci siamo interrogati molto su cosa volesse dire essere proiettati in una realtà che è digitale e, al tempo stesso, materiale, sulle regole del mondo digitale, di cui siamo più o meno consapevoli, nonostante influenzino il nostro vivere al di fuori dallo schermo. Aver rotto il velo ed essersi calati dentro quella realtà ha stimolato queste riflessioni ed è stato molto interessante dal punto di vista fisico.

 

Tommaso Arnaldi: Diventa uno specchio che comprende, oltre te e ciò che ti circonda, anche un importante spazio immaginativo, lo definirei  "specchio della mente”. Ogni elemento che costituiva l’immagine sullo schermo era la realizzazione di concetti e idee, è come vedere nella testa di una persona, come se fosse lo spazio delle idee o un sogno.

 

La ricerca teorica per VEGA è un punto fondamentale del processo, tra l’interrogare e risvegliare archivi e affrontare testi che poi vengono incorporati nel lavoro. Ci raccontano quali nodi teorici hanno affrontato questa volta.

 

T.A.: Siamo partiti dal lavoro teorico di Ramon Amaro che studia il rapporto tra corpo nero e visibilità rispetto all’autorità. Questo autore si occupa di analizzare la dimensione tecnologica in rapporto a soggetti discriminati e alla questione della sorveglianza legata a dinamiche di oppressione. Secondo Amaro, gli algoritmi creano degli standard che sostengono la razzializzazione di alcuni soggetti.  Noi siamo partiti da questo punto allargando il discorso. Il personaggio del nostro video vuole ottenere la cancellazione di tutti i dati relativi alle anagrafiche degli abitanti della terra. Vorrebbe l’abolizione delle identità nazionali e di tutto quello che comportano in termini politici e sociali, per generare nuove identità algoritmiche libere da bias.

 

F.P.: Come succede nell’ambito della fiction speculativa, si parte da una visione del futuro che non è soltanto utopica. Per opporsi alle logiche di controllo e sovvertire il pregiudizio sistemico bisogna parlare la sua stessa lingua. Per questo vediamo l’hacker come possibile protagonista della resistenza.

Una questione problematica è stata l’applicazione tecnica. Di base le tute che abbiamo utilizzato rappresentano la possibilità di rendere user friendly una tecnologia complessa che è quella della motion capture. Pur essendo più semplice l’utilizzo rimane comunque una tecnologia sofisticata e sperimentando a La Pelanda abbiamo capito che ci sono una serie di difficoltà collegate alle tute. Di base, per lavorare come vorremmo, avremmo bisogno di un budget di produzione consistente. Al momento siamo concentrati su un progetto editoriale, ma ci siamo resi conto che i ragionamenti che abbiamo fatto riverberano negli altri lavori che stiamo portando avanti. Dobbiamo capire se è questo il momento giusto per sviluppare ulteriormente un lavoro che intreccia motion capture e liveness, ma il desiderio resta attivo. Così come, al di là della tecnologia, rimane l'interesse di continuare a sperimentare la dimensione del performativo. Grazie anche all’incontro con Piersandra Di Matteo, all’interno di Sponda, ci siamo resi conto che per lavorare in quella dimensione bisogna essere consapevoli di ogni scelta che si compie, che ha un valore simbolico e semantico preciso. Ma è un campo che ci affascina e che vogliamo continuare a studiare per inserirlo nel lavoro.

 

Chiediamo a VEGA di spiegarci che cosa rappresenta per loro l’incontro tra i linguaggi, cifra caratteristica del loro lavoro:

 

F.P.: Noi siamo, per nascita e per interessi, multimediali e questo si è sempre visto nel nostro lavoro fin dagli inizi. Personalmente, ho sempre avuto tante passioni collegate tra loro e ho sempre fruito l’arte in diverse modalità. Apparteniamo entrambi alla generazione di mezzo, siamo ancora ancorati sia al mondo digitale che a quello analogico e, in qualche modo, ci viene spontaneo pensare e lavorare in questo modo.

Ogni linguaggio ha le sue specificità, esprimersi, quindi, attraverso diversi medium, permette sia di approfondire aspetti diversi ma, anche, di aggiungere uno strato al lavoro che consiste nel capire come agisce la complessità data dall’intersezione di  diversi linguaggi. È bello far dialogare le cose tra loro per mettere chi guarda nella condizione di ricevere il più possibile innescando ragionamenti complessi. Una persona interessata al video è già naturalmente interessata a molte cose: all’immagine, al suono, alla parola e alla performatività. E' facile che un'artista che lavora con il video possa avere una vocazione multidisciplinare.

 

Per concludere la nostra conversazione chiediamo al duo di raccontarci l’esperienza di lavoro al Mattatoio.

 

T.A.: È stato come passare dei giorni in una bolla. Noi a Roma abbiamo sempre avuto spazi dove lavorare e fare una residenza nella propria città può, apparentemente, sembrare strano. In realtà è stato estremamente utile, si è creata una dimensione in cui poter essere molto concreti in quello che si fa, perché ci si trova in un luogo dedicato alla ricerca e l’idea si affeziona a quel luogo e, quindi, tornare in quel luogo è sempre come tornare all’idea.

 

F.P.: Per come è strutturato Prender-si cura ci si può confrontare con persone diverse – dal team del Mattatoio, al gruppo di sostegno alla drammaturgia di Sponda – e questo per degli artisti giovani è molto utile. Quando si entra negli spazi de La Pelanda si percepisce il suo essere luogo dedicato alle arti performative. È molto diverso rispetto a uno studio d’artista privato. Il tempo, in un certo senso, si annulla e si accede a una dimensione altra fondamentale, in cui delle cose di te si attivano. Si sente che si tratta di uno spazio in cui sono accadute delle cose e, come tutti i luoghi dove avviene un’esperienza artistica, è carico e denso.

parte di

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Gli appunti in forma di diario raccolti qui raccontano il percorso fatto con le artiste e gli artisti del progetto Prender-si cura, un ciclo di residenze artistiche e produttive realizzate a La Pelanda, nel Mattatoio di Roma.
Padiglione 9B, Performer: Prinz Gholam
13 luglio, ore 12-13
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13 luglio, ore 12-13
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