PRINZ GHOLAM | WHILE BEING OTHER

13 luglio > 12 settembre 2021

Padiglione 9B
Dal 6 agosto 2021 l’ingresso alla mostra è consentito esclusivamente ai soggetti muniti di una delle certificazioni verdi Covid19 


a cura di Angel Moya Garcia
 

Prinz Gholam è un duo di artisti composto da Wolfgang Prinz e Michel Gholam, vincitori del Premio Roma Villa Massimo 2020/21, che sviluppa, da vent’anni, una pratica performativa indirizzata a reinterpretare attraverso il corpo i più eterogenei riferimenti culturali, dai dipinti antichi alle sculture, dall’arte contemporanea ai film e alle immagini dei media. I loro lavori, spesso realizzati in luoghi storicamente rilevanti come musei, siti archeologici o spazi pubblici, suggeriscono e svelano come le nostre esistenze siano influenzate da processi di assimilazione culturale. Una serie di assorbimenti graduali o repentini che spingono gli individui o i gruppi verso il progressivo e passivo abbandono della propria cultura per cercare di assumere quella dominante, ritenuta più sofisticata o prestigiosa rispetto alla propria, portando alla perdita di molte o tutte le caratteristiche culturali che rendevano il gruppo differente e distinguibile. In questo modo Prinz Gholam, avendo loro stessi origini in culture diverse, svolgono un’indagine, composta di azioni e gesti minimi, ridotti, sottili e coreografati, sul processo di formazione degli standard normativi e formali riconosciuti convenzionalmente nel campo dell’estetica e della mitologia, rendendo visibile la nostra fascinazione e la nostra adesione a determinati canoni culturali prevalenti.

 

Nel progetto While Being Other, presentato nel Padiglione 9B del Mattatoio all’interno del programma triennale Dispositivi Sensibili, gli artisti espandono la loro ricerca sulla percezione del sé e del corpo come assunti culturali attraverso performance, oggetti e disegni di grandi dimensioni. L’articolazione del progetto si configura come una coreografia in continuo divenire in cui una sequenza di lavori, presenze, spostamenti, gesti e intervalli di movimenti sono concepiti a partire da riferimenti culturali specifici e intrecciati tra di loro attraverso una molteplicità di maschere che invadono lo spazio espositivo.

L’uso rituale delle maschere è documentato fin dal Paleolitico superiore ed è diffuso ancor oggi in tutti i continenti, anche se non in tutte le culture, così come è da sempre assodato che l’atto di concepirle e indossarle implichi normalmente il desiderio di cancellare o nascondere temporaneamente l’individualità umana del soggetto. Tuttavia, quest’accezione atavica è stata completamente sradicata e allo stesso tempo rivitalizzata dall’insorgere del Covid-19 che ha letteralmente posto in primo piano il concetto stesso di maschera, la riconoscibilità di fronte al rischio dell’anonimato, la dialettica tra protezione e ornamento o la rivendicazione sociale, culturale ed economica dell’individuo all’interno del proprio contesto di riferimento.

 

In quest’ottica, l’approccio intuitivo e soggettivo con cui Prinz Gholam lavorano sulle maschere permette l’associazione con molteplici aspetti storici legati a questo simbolo, ma gli artisti lo inseriscono in un’attualità che sovverte ogni suo significato originario, creando un’ambiguità che viene evidenziata nel progetto dalla continua successione di rimandi e dalla circolarità nella lettura dei lavori.
Lo spazio espositivo è attraversato da una serie di disegni di grandi dimensioni, realizzati durante la loro residenza a Villa Massimo, che derivano dal loro incessante e quotidiano processo di creazione di materiale visivo e di elementi performativi. Questi disegni sono sovrastati e accompagnati da maschere che ci osservano, immobili e statiche, a prescindere dalla loro funzionalità. Un’attenzione verso lo sguardo che viene amplificata da un’installazione ambientale, configurata tramite una moltitudine di pietre di piccolo formato, raccolte in diversi continenti dal 2017. Attraverso minuscole alterazioni, le pietre diventano volti individuali, personaggi stravaganti o maschere, attivando la nostra capacità di proiettare la presenza umana in elementi naturali e geologici. Una miriade di volti che ci osservano che diventa, a sua volta, materiale coreografico attivato da una serie di performance in cui gli artisti compiono gesti che vengono travolti dalla mancanza di riferimenti specifici a priori di chi li sta compiendo, protagonisti del proprio lavoro ma celati nel proprio anonimato. Gesti inizialmente impostati, studiati e preparati che diventano gradualmente abitudini comportamentali, pratiche normative e convenzionali, la cui specificità invita il pubblico a relazionarsi con ciò che vede e con il proprio comportamento.

 

Il progetto presenta un universo sottoposto allo sguardo dominante, attivando, riposizionando e declinando in vari modi la dialettica tra la dimensione culturale e il mondo in cui viviamo. Una ricerca in cui l’individualità viene celata e che evidenzia il bisogno dell’alterità per autodefinirsi, ma anche una critica alla necessità di nascondersi dietro a una maschera fisica o comportamentale davanti a stereotipi, critiche e luoghi comuni come, ad esempio, la condizione politica, sociale e sessuale di chi li indossa, qualora fuoriesca da quello che viene codificato, spesso da un punto di vista semplificato e unilaterale, come normalità.

 

Un ambiente in cui i riferimenti storici e culturali sono delocalizzati e che, di conseguenza, è volto a cercare una negoziazione tra le convenzioni collettive legate al corpo, la concezione subordinata a determinati archetipi del sé e l’ambiente sociale in cui viviamo. Un progetto in cui si analizza come i paradigmi e il patrimonio culturale ereditato spesso diventino fantasie e fantasmi che sono utilizzati per stabilire società omologate, senza considerare le diversità geografiche o temporali e gli individui che le costituiscono. Una stratificazione di significati e riferimenti che indaga sulle corrispondenze tra antichità e contemporaneità o tra diversità e omologazione culturale e, contestualmente, si interroga su chi osserva e chi viene osservato, chi riconosciuto e chi ignorato, chi riesce a far emergere la propria identità e chi resta intrappolato nell'anonimia, in una correlazione continua tra presenza, io e perdita.

 


 
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Collaborazioni

In collaborazione con Accademia Tedesca Roma Villa Massimo

 

Ringraziamenti

Si ringraziano in particolar modo Julia Draganović, Direttrice dell’Accademia Tedesca Roma Villa Massimo, e la Galleria Jocelyn Wolff di Parigi.
 


 

Il progetto While Being Other di Prinz Gholam è il terzo capitolo del programma triennale Dispositivi sensibili, ideato da Angel Moya Garcia per il Mattatoio di Roma e incentrato sulla convergenza fra metodi, estetiche e pratiche delle arti visive e delle arti performative, attraverso un modello di presentazione che si evolve costantemente.

23 luglio 2020 > 31 dicembre 2022
Il progetto, a cura di Angel Moya Garcia, intende produrre, sviluppare, veicolare e comunicare un’ampia panoramica delle pratiche performative contemporanee. 

Le apparizioni di re – creatures nella Pelanda e negli spazi esterni del Mattatoio delineano, durante l’estate, un percorso in cui le creature animali, in diverse forme, sono protagoniste.

vai al programma

fino al 12 settembre al Padiglione 9b
Prinz Gholam. While Being Other
martedì, mercoledì, giovedì, domenica dalle 11 alle 20
venerdì e sabato dalle ore 11 alle 22
Ingresso libero
 
fino al 22 agosto al Padiglione 9a
World Press Photo Exhibition
martedì, mercoledì, giovedì, domenica dalle 11 alle 20
venerdì e sabato dalle ore 11 alle 22
Biglietto con prenotazione obbligatoria

Info

13 > 17 luglio 2021
13 luglio ore 12-13, solo su invito
13 luglio ore 19-20, su prenotazione
17 luglio 0re 19-20, su prenotazione

Padiglione 9B

Performer: Prinz Gholam