SAVERIO UNGHERI. 100 ANNI DI FUTURO

11 settembre - 11 ottobre 2026

A cura di Andrea Romoli Barberini
 

Promossa da Assessorato alla Cultura di Roma Capitale, Azienda Speciale Palaexpo e Fondazione Mattatoio di Roma – Città delle Arti

Realizzata da Azienda Speciale Palaexpo 
 

Nato a Rizziconi, Reggio Calabria, Saverio Ungheri (1926-2013) si era stabilito a Roma alla fine del 1947, mentre il dibattito artistico si incentrava su istanze di allineamento con l’avanguardia europea. Qui, conseguito il diploma al liceo artistico, si era iscritto al corso di Scenografia tenuto da Sante Monachesi all’Accademia di belle arti.

Un contatto amicale, questo con il maestro futurista, che sommato alle suggestioni mutuate anche da realtà lontane dalla capitale (lo Spazialismo a Milano), e da alcune figure della scena romana, quali Giulio Turcato, Alberto Burri, Ettore Colla, aveva favorito quell’approccio sperimentale che sostanzia la parte più significativa dell’esperienza di Ungheri, dalla fine degli anni Cinquanta alla sua scomparsa.

Dal 1959, infatti, l’artista calabrese, tra i firmatari, con Monachesi ed altri, del manifesto di fondazione dell’Astrattismo (ispirato, nello stesso anno, dal programma di esplorazione lunare, Lunik, dell’URSS), avvierà il filone di indagine più autenticamente personale. Un filone che sancirà anche il passaggio dalla bidimensionalità del quadro a una tridimensionalità scultorea connotata da un’ironia vagamente macabra e inquietante. Risultato, quest’ultimo, ottenuto dall’assemblaggio di oggetti della quotidianità, cui andranno a sommarsi parti sagomate in gommapiuma, a imitazione di animali, creature fantastiche e organi anatomici, non di rado inseriti all’interno di conchiglie, pissidi sacre, elmetti, animati da motorini elettrici. Tali manufatti, che documentano il contributo più originale dell’attività di Ungheri - che includeva anche opere su commissione di arte sacra – si possono cautamente collocare nell’eterogeneo macrocontesto internazionale delle sperimentazioni cinetiche. Un cinetismo che però, nel caso in esame, va come a ritagliarsi un’area propria e senza coabitazioni. È infatti evidente già nelle intenzioni, espresse in testi programmatici e interviste, oltre che nelle opere, la distanza che separa i lavori di Ungheri da quelli della coeva Arte cinetica e programmata che si andavano affermando, tra Europa e continente americano.

Il cinetismo “freddo” — frutto di pura progettualità che ambiva alla serialità, alla democratizzazione dell’opera e al ridimensionamento della figura dell’artista — non poteva trovare l’approvazione di Ungheri. Il suo è stato, infatti, un cinetismo “caldo”, a suo modo profetico e funzionale all’idea di vitalità espressa dal movimento delle sue creazioni, che in modo romanticamente delirante ambiva non già all’azzeramento dell’artista demiurgo ma alla sua sostanziale esaltazione.                                                                                                      

 

La mostra, divisa in sezioni presentate in successione cronologica, documenta le varie fasi di ricerca di Saverio Ungheri, dagli esordi all’Arte bionika, senza escludere alcuni progetti su commissione di arte sacra e l’attività di animatore culturale condotta dagli anni Settanta negli studi di Via Nomentana e, successivamente, di Salita del grillo (studio denominato “Polmone Pulsante”).